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lo Spirito Santo nel Catechismo della Chiesa Cattolica
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Credere nello Spirito Santo art. 152
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Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito Santo art. 243-244-245
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Fu concepito di Spirito Santo art. 485-486
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La Chiesa tempio dello Spirito Santo art. 797-798
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Dalla Chiesa degli Apostoli art. 1086-1087
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Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia art. 1091-1092
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Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo art. 1093-1097-1098
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Lo Spirito Santo attualizza il mistero di Cristo art. 1104
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La comunione dello Spirito Santo art. 1108
Credere nello Spirito Santo
152 Non si può credere in Gesù Cristo se non si ha parte al suo Spirito. E' lo Spirito Santo che rivela agli uomini chi è Gesù. Infatti “nessuno può dire: "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo” ( 1Cor 12,3 ). “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio... Nessuno ha mai potuto conoscere i segreti di Dio se non lo Spirito di Dio” ( 1Cor 2,10-11 ). Dio solo conosce pienamente Dio. Noi crediamo nello Spirito Santo perché è Dio.(Su)
La Chiesa non cessa di confessare la sua fede in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito
243 Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l'invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, [Cf Gen 1,2 ] che già aveva “parlato per mezzo dei profeti” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli), dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, [Cf Gv 14,17 ] per insegnare loro ogni cosa [Cf Gv 14,26 ] e guidarli “alla verità tutta intera” ( Gv 16,13 ). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un'altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre. (Su)
244 L'origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre [Cf Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,14 ]. L'invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù [Cf Gv 7,39 ] rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità. (Su)
245 La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confessata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: “Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà vita; che procede dal Padre” [Denz. -Schönm., 150]. Così la Chiesa riconosce il Padre come “la fonte e l'origine di tutta la divinità” [Concilio di Toledo VI (638): Denz. -Schönm., 490]. L'origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: “Lo Spirito Santo, che è la Terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura... Tuttavia, non si dice che Egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 527]. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa confessa: “Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato” [Denz.-Schönm., 150]. (Su)
Fu concepito di Spirito Santo
485 La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio [Cf Gv 16,14-15 ]. Lo Spirito Santo, che è “Signore e dà la vita”, è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un'umanità tratta dalla sua. (Su)
486 Il Figlio unigenito del Padre, essendo concepito come uomo nel seno della Vergine Maria, è “Cristo”, cioè unto dallo Spirito Santo, [Cf Mt 1,20; 486 Lc 1,35 ] sin dall'inizio della sua esistenza umana, anche se la sua manifestazione avviene progressivamente: ai pastori, [Cf Lc 2,8-20 ] ai magi, [ Cf Mt 2,1-12 ] a Giovanni Battista, [Cf Gv 1,31-34 ] ai discepoli [Cf Gv 2,11 ]. L'intera vita di Gesù Cristo manifesterà dunque “come Dio [lo] consacrò in Spirito Santo e potenza” (At 10,38). (Su)
Credo nello Spirito Santo
683 “Nessuno può dire "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo” ( 1Cor 12,3 ). “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” ( Gal 4,6 ). Questa conoscenza di fede è possibile solo nello Spirito Santo. Per essere in contatto con Cristo, bisogna dapprima essere stati toccati dallo Spirito Santo. E' lui che ci precede e suscita in noi la fede. In forza del nostro Battesimo, primo sacramento della fede, la Vita, che ha la sua sorgente nel Padre e ci è offerta nel Figlio, ci viene comunicata intimamente e personalmente dallo Spirito Santo nella Chiesa:
Il Battesimo ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio suo nello Spirito Santo. Infatti coloro che hanno lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, ossia al Figlio; ma il Figlio li presenta al Padre, e il Padre procura loro l'incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito, non è possibile vedere il Figlio di Dio, e, senza il Figlio, nessuno può avvicinarsi al Padre, perché la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio avviene per mezzo dello Spirito Santo [Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 7]. (Su)
684 Lo Spirito Santo con la sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e colui che ha mandato, Gesù Cristo [Cf Gv 17,3 ]. Tuttavia è l'ultimo nella rivelazione delle Persone della Santa Trinità. San Gregorio Nazianzeno, “il Teologo”, spiega questa progressione con la pedagogia della “condiscendenza” divina:
L'Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo come un fardello supplementare, per usare un'espressione un po' ardita. . . Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progressso “di gloria in gloria”, la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza [San Gregorio Nazianzeno, Orationes theologicae, 5, 26: PG 36, 161C]. (Su)
685 Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consustanziale al Padre e al Figlio, “con il Padre e il Figlio adorato e glorificato” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli). Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella “teologia” trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell' “Economia” divina. (Su)
686 Lo Spirito Santo è all'opera con il Padre e il Figlio dall'inizio al compimento del disegno della nostra salvezza. Tuttavia è solo negli “ultimi tempi”, inaugurati con l'Incarnazione redentrice del Figlio, che egli viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, “Primogenito” e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell'umanità con l'effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. (Su)
La Chiesa tempio dello Spirito Santo
797 “Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia - Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa” [Sant'Agostino, Sermones, 267, 4: PL 38, 1231D]. “Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del Corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel Corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Lo Spirito Santo fa della Chiesa “il tempio del Dio vivente” ( 2Cor 6,16 ) [Cf 1Cor 3,16-17; Ef 2,21 ].
E' alla Chiesa che è stato affidato il “Dono di Dio” ... In essa è stata posta la comunione con Cristo, cioè lo Spirito Santo, caparra dell'incorruttibilità confermazione della nostra fede, scala per ascendere a Dio... Infatti, dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 24, 1]. (Su)
798 Lo Spirito Santo è “il principio di ogni azione vitale e veramente salvifica in ciascuna delle diverse membra del Corpo” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Egli opera in molti modi l'edificazione dell'intero Corpo nella carità: [Cf Ef 4,16 ] mediante la Parola di Dio “che ha il potere di edificare” ( At 20,32 ); mediante il Battesimo con il quale forma il Corpo di Cristo; [Cf 1Cor 12,13 ] mediante i sacramenti che fanno crescere e guariscono le membra di Cristo; mediante “la grazia degli Apostoli” che, fra i vari doni, “viene al primo posto”; [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7] mediante le virtù che fanno agire secondo il bene, e infine mediante le molteplici grazie speciali [chiamate “carismi”], con le quali rende i fedeli “adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7]. (Su)
I Carismi
799 Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un'utilità ecclesiale, ordinati come sono all'edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo. (Su)
800 I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi [Cf 1Cor 13 ]. (Su)
801 E' in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa, “ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12] affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarità, cooperino all'“utilità comune” ( 1Cor 12,7 ) [Cf ibid., 30; Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 24]. (Su)
Dalla Chiesa degli Apostoli
1086 “Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli Apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e Risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché attuassero, per mezzo del Sacrificio e dei sacramenti, sui quali s'impernia tutta la vita liturgica, l'opera della salvezza che annunziavano” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 6]. (Su)
1087 Pertanto, donando lo Spirito Santo agli Apostoli, Cristo risorto conferisce loro il proprio potere di santificazione: [Cf Gv 20,21-23 ] diventano segni sacramentali di Cristo. Per la potenza dello stesso Spirito Santo, essi conferiscono tale potere ai loro successori. Questa “successione apostolica” struttura tutta la vita liturgica della Chiesa; essa stessa è sacramentale, trasmessa attraverso il sacramento dell'Ordine. (Su)
Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia
1091 Nella Liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del Popolo di Dio, l'artefice di quei “capolavori di Dio” che sono i sacramenti della Nuova Alleanza. Il desiderio e l'opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita del Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa, la Liturgia diventa l'opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa. (Su)
1092 In questa comunicazione sacramentale del Mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell'Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell'assemblea; rende presente e attualizza il Mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo. (Su)
Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo
1093 Nell'Economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure dell' Antica Alleanza. Poiché la Chiesa di Cristo era “mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'Antica Alleanza”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 2] la Liturgia della Chiesa conserva come parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell'Antica Alleanza: - in modo particolare la lettura dell'Antico Testamento; - la preghiera dei Salmi; - e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici e delle realtà prefigu rative che hanno trovato il loro compimento nel Mistero di Cristo (la Promessa e l'Alleanza, l'Esodo e la Pasqua, il Regno ed il Tempio, l'Esilio ed il Ritorno). (Su)
1097 Nella Liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell'Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L'assemblea liturgica riceve la propria unità dalla “comunione dello Spirito Santo” che riunisce i figli di Dio nell'unico Corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali. (Su)
1098 L'assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere “un popolo ben disposto”. Questa preparazione dei cuori è l'opera comune dello Spirito Santo e dell'assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l'adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l'accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito. (Su)
Lo Spirito Santo ricorda il mistero di Cristo
1099 Lo Spirito e la Chiesa cooperano per manifestare Cristo e la sua opera di salvezza nella Liturgia. Specialmente nell'Eucaristia, e in modo analogo negli altri sacramenti, la Liturgia è Memoriale del Mistero della salvezza. Lo Spirito Santo è la memoria viva della Chiesa [Cf Gv 14,26 ]. (Su)
1100 La Parola di Dio. Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all'assemblea liturgica il senso dell'evento della salvezza dando vita alla Parola di Dio che viene annunziata per essere accolta e vissuta:
Massima è l'importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la Liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell'omelia e i Salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 24]. (Su)
1101 E' lo Spirito Santo che dona ai lettori e agli uditori, secondo le disposizioni dei loro cuori, l'intelligenza spirituale della Parola di Dio. Attraverso le parole, le azioni e i simboli che costituiscono la trama di una celebrazione, egli mette i fedeli e i ministri in relazione viva con Cristo, Parola e Immagine del Padre, affinché possano far passare nella loro vita il significato di ciò che ascoltano, contemplano e compiono nella celebrazione. (Su)
1102 “In virtù della parola salvatrice la fede. . . si alimenta nel cuore dei credenti, e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti” [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4]. L'annunzio della Parola di Dio non si limita ad un insegnamento: essa sollecita la risposta della fede, come adesione e impegno, in vista dell'Alleanza tra Dio e il suo Popolo. E' ancora lo Spirito Santo che elargisce la grazia della fede, la fortifica e la fa crescere nella comunità. L'assemblea liturgica è prima di tutto comunione nella fede. (Su)
1103 L'Anamnesi. La celebrazione liturgica si riferisce sempre agli interventi salvifici di Dio nella storia. “L'Economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro. . . Le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 2]. Nella Liturgia della Parola lo Spirito Santo “ricorda” all'assemblea tutto ciò che Cristo ha fatto per noi. Secondo la natura delle azioni liturgiche e le tradizioni rituali delle Chiese, una celebrazione “fa memoria” delle meraviglie di Dio attraverso una Anamnesi più o meno sviluppata. Lo Spirito Santo, che in tal modo risveglia la memoria della Chiesa, suscita di conseguenza l'azione di grazie e la lode (Dossologia). (Su)
Lo Spirito Santo attualizza il mistero di Cristo
1104 La Liturgia cristiana non soltanto ricorda gli eventi che hanno operato la nostra salvezza; essa li attualizza, li rende presenti. Il Mistero pasquale di Cristo viene celebrato, non ripetuto; sono le celebrazioni che si ripetono; in ciascuna di esse ha luogo l'effusione dello Spirito Santo che attualizza l'unico Mistero.
La comunione dello Spirito Santo 1108 Il fine della missione dello Spirito Santo in ogni azione liturgica è quello di mettere in comunione con Cristo per formare il suo Corpo. Lo Spirito Santo è come la linfa della Vigna del Padre che porta il suo frutto nei tralci [Cf Gv 15,1-17; Gal 5,22 ]. Nella Liturgia si attua la più stretta cooperazione tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Egli, lo Spirito di comunione, rimane nella Chiesa in modo indefettibile, e per questo la Chiesa è il grande sacramento della comunione divina che riunisce i figli di Dio dispersi. Il frutto dello Spirito nella Liturgia è inseparabilmente comunione con la Santa Trinità e comunione fraterna [Cf 1Gv 1,3-7 ].
tra pochi giorni partiròòòòòòòò
torno a fine mese
cercherò di mandarvi più cartoline possibili! :D
vi lascio le foto di alcuni posti che visiterò
baciuzzzzzzzzzzz
e buone vacanze a tuttiiiiiiiii!!!
eheheh!
quando torno vi svelerò di più...
per ora vi chiedo tante preghierine per le mie intenzioni!
grazie mille!
Dio vi benedica!!!!
ecco una mia foto da piccola ^__^
Su quale base si fonda il primato di Pietro, e quindi del Papa?
Si fonda sulla volontà di Cristo stesso.
Dove appare tale volontà di Cristo?
Nelle pagine del Vangelo e in parte degli Atti degli Apostoli sono presenti “numerosi indizi” che manifestano la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all’interno del Collegio degli Apostoli. Ad esempio:
* Egli è l’unico apostolo al quale Gesù assegna un nuovo nome, Cefa, che vuol dire “Pietra”. L’evangelista Giovanni così scrive al riguardo: “Fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1,42)
Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli. Se si eccettua l’appellativo di “figli del tuono”, rivolto in una precisa circostanza ai figli di Zebedeo (cfr Mc 3,17) e non più usato in seguito, Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo.
Lo ha fatto invece con Simone, chiamandolo Kefa, nome che fu poi tradotto in greco Petros, in latino Petrus. E fu tradotto proprio perché non era solo un nome; era un “mandato” che Petrus riceveva in quel modo dal Signore. Non bisogna dimenticare che nell’Antico Testamento, il cambiamento del nome preludeva in genere all’affidamento di una missione (cfr Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Il nuovo nome Petrus ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario Simone.
* Altri indizi sono:
· dopo Gesù, Pietro è il personaggio più noto e citato negli scritti neotestamentari: viene menzionato 154 volte con il soprannome di Pètros, “pietra”, “roccia”;
· i Vangeli ci informano che Pietro è tra i primi quattro discepoli del Nazare-no (cfr Lc 5, 1-11);
· a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (cfr. Mc 1,29);
· quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (cfr. Lc 5,3), e così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù;
· quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr. Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr. Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), e infine durante l’agonia nell’Orto del Getsema-ni (cfr. Mc 14,33; Mt 16,37);
· a Pietro si rivolgono gli esattori della tassa per il Tempio ed il Maestro paga per sé e per lui soltanto (cfr. Mt 17, 24-27);
· a Pietro per primo Egli lava i piedi nell’ultima Cena (cfr. Gv 13,6);
è per lui soltanto che prega affinché non venga meno nella fede e possa confermare poi in essa gli altri discepoli (cfr. Lc 22, 30-31).
Pietro è consapevole di questa sua posizione particolare?
* Sì. Infatti
· è lui che spesso, a nome anche degli altri, parla chiedendo la spiegazione di una parabola difficile (cfr. Mt 15,15), o il senso esatto di un precetto (cfr. Mt 18,21) o la promessa formale di una ricompensa (cfr. Mt 19,27)
· è lui che risolve l’imbarazzo di certe situazioni, intervenendo a nome di tutti. Così quando Gesù, addolorato per l’incomprensione della folla dopo il discorso sul “pane di vita”, domanda: “Volete andarvene anche voi?”, la risposta di Pietro è perentoria: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (cfr. Gv 6, 67-69)
· ugualmente decisa è la professione di fede che, ancora a nome dei Dodici, egli fa nei pressi di Cesarea di Filippo. A Gesù che chiede: “Voi chi dite che io sia?”, Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 15-16).
* Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento. Ma si pente, riconoscendo il suo grave peccato: scoppia in un liberatorio pianto di pentimento.
* Ed è proprio a lui, Pietro, che Gesù affida una missione speciale, che viene descritta dall’evangelista Giovanni in quel famoso dialogo che ha luogo tra Gesù e Pietro (cfr. Gv 21, 15-18). In tale dialogo si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” (agapé) significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me) con questo amore totale e incondizionato (cfr. Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”.
Qual è la dichiarazione solenne che definisce, una volta per tutte, il ruolo di Pietro nella chiesa?
* E’ quando Gesù afferma: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 18-19).
* In tale affermazione, sono molto chiare le tre metafore a cui Gesù ricorre:
· Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l’edificio della Chiesa;
· egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto;
· infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro
* E’ così descritto, con immagini di plastica evidenza, quello che la riflessione successiva qualificherà con il termine di “primato di giurisdizione”.
Questa posizione di preminenza, che Gesù ha inteso conferire a Pietro, si riscontra anche dopo la risurrezione di Cristo?
* Certamente. Infatti:
· Gesù incarica le donne di portarne l’annunzio a Pietro, distintamente dagli altri Apostoli (cfr. Mc 16,7);
· da lui e da Giovanni corre la Maddalena per informare della pietra ribaltata dall’ingresso del sepolcro (cfr. Gv 20,2), e Giovanni cederà a lui il passo quando i due arriveranno davanti alla tomba vuota (cfr. Gv 20,4-6);
· sarà poi Pietro, tra gli Apostoli, il primo testimone di un’apparizione del Risorto (cfr. Lc 24,34; 1 Cor 15,5).
* Questo suo ruolo, sottolineato con decisione (cfr. Gv 20,3-10), segna la continuità fra la preminenza avuta nel gruppo apostolico e la preminenza che continuerà ad avere nella comunità nata con gli eventi pasquali, come attesta il Libro degli Atti (cfr. At 1,15-26; 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,1-11.29; 8,14-17; 10; ecc.).
* Il suo comportamento è considerato così decisivo, da essere al centro di osservazioni ed anche di critiche (cfr. At 11,1-18; Gal 2,11-14).
* Al cosiddetto Concilio di Gerusalemme, Pietro svolge una funzione direttiva (cfr. At 15 e Gal 2,1-10), e proprio per questo suo essere il testimone della fede autentica Paolo stesso riconoscerà in lui una certa qualità di “primo” (cfr. 1 Cor 15,5; Gal 1,18; 2,7s.; ecc.).
* Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell’Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale, celebrato nell’Euca-ristia, abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi.
Qual è il senso ultimo del primato di Pietro?
* Questa contestualizzazione del Primato di Pietro nell’Ultima Cena, nel momento istitutivo dell’Eucaristia, Pasqua del Signore, indica anche il senso ultimo di questo Primato:
· Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo;
· deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme a Pietro, possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti.
* Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno.
In quale modo il primato di Pietro è legato a Roma?
* Pietro si recò a Roma, centro dell’Impero, simbolo dell’ “Orbis” - l’“Urbs” che esprime l’ “Orbis” la terra - dove conclude con il martirio la sua corsa al servizio del Vangelo. Per questo la sede di Roma, che aveva ricevuto il maggior onore, raccolse anche l’onere affidato da Cristo a Pietro: di essere al servizio di tutte le Chiese particolari per l’edificazione e l’unità dell’intero Popolo di Dio.
* La sede di Roma venne così riconosciuta come quella del successore di Pietro, e la “cattedra” del suo vescovo rappresentò quella dell’Apostolo incaricato da Cristo di pascere tutto il suo gregge.
Lo attestano i più antichi Padri della Chiesa, come ad esempio:
· Sant’IRENEO (vescovo di Lione, ma veniva dall’Asia Minore), il quale nel suo trattato Contro le eresie, nel 180 d. C., descrive la Chiesa di Roma come “più grande e più antica, conosciuta da tutti; … fondata e costituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo”; e aggiunge: “Con questa Chiesa, per la sua esimia superiorità, deve accordarsi la Chiesa universale, cioè i fedeli che sono ovunque” (III, 3, 2-3);
· TERTULLIANO, poco più tardi (nel 200 d. C.), da parte sua, afferma: “Questa Chiesa di Roma, quanto è beata! Furono gli Apostoli stessi a versare a lei, col loro sangue, la dottrina tutta quanta” (La prescrizione degli eretici, 36);
· e così scrive San GIROLAMO (che nacque verso il 340 a Stridone, ai confini con la Pannonia): “Ho deciso di consultare la cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa” (Le lettere I, 15,1-2).
Qual è la missione del Papa?
“Il Papa, Vescovo di Roma e successore di san Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità della Chiesa. È il vicario di Cristo, capo del collegio dei Vescovi e pastore di tutta la Chiesa, sulla quale ha, per divina istituzione, potestà piena, suprema, immediata e universale”.
Quando il Papa è infallibile?
“L'infallibilità si attua quando il Romano Pontefice, in virtù della sua autorità di supremo Pastore della Chiesa, o il Collegio dei Vescovi in comunione con il Papa, soprattutto riunito in un Concilio Ecumenico, proclamano con atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale, e anche quando il Papa e i Vescovi, nel loro ordinario Magistero, concordano nel proporre una dottrina come definitiva. A tali insegnamenti ogni fedele deve aderire con l'ossequio della fede”(Compendio del CCC, n. 182.185).
Che cosa possiamo fare noi per il Papa?
Possiamo e dobbiamo pregare perchè il Primato di Pietro, affidato a povere persone umane, possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore e possa così essere sempre più riconosciuto nel suo vero significato dai fratelli ancora non in piena comunione con la Chiesa Cattolica.
Dopo una "fuga" amorosa di una settimana sono tornata a casuccia...
ecco perchè non mi avete trovata,
sono viva, non vi preoccupate 
c'è solo una cosa che mi è rimasta "in canna" come si suol dire...
essere stata ad Arezzo per una giornata sana e non aver visto la chiesa di San Francesco!!!!
(che freva..................)
Pieruccio della Francesca mi sta ancora aspettando...aspetta e spera Pierì che prima o poi ritorno...
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Un fiore che sopravvive con cellule a stella di Davide allo stress della vita in Israele
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E’ noto come il grande sopravvissuto. Cresce spontaneamente in Israele, prosperando nelle dure condizioni che ucciderebbero molte altre piante. Inoltre le cellule di questo robusto combattente, un ranuncolo persiano indigeno in Israele, se esaminate al microscopio, formano una stella di Davide. “E’ veramente simbolico”, dice Rina Kamenetsky, una ricercatrice all’Istituto Volcani, che ha fatto la sorprendente scoperta mentre cercava di capire i meccanismi di sopravvivenza di questo resistentissimo bulbo, noto in Israele come Nurit, e in latino come Ranunculus Asiaticus. Il fiore della Terra Santa è anche noto nei circoli botanici come un tipo di “pianta di resurrezione”, il che, spiega Kamenetsky, significa che può vivere senza acqua, e che “risorge”quando l’acqua diventa disponibile. Kamenetsky ha portato campioni di questo fiore israeliano da studiare durante un periodo sabbatico all’Università di Guelph, in Canada, l’anno scorso. Lei e i suoi colleghi canadesi hanno scoperto che le radici di questo ranuncolo persiano hanno un meccanismo speciale per resistere alla siccità e al calore, che non è stato trovato finora in nessun’ altra pianta: una scoperta che hanno pubblicato recentemente nel giornale New Phytologist. Ma Kamenetsky ha anche avuto un’altra sorpresa: al microscopio le cellule della radice assumono la forma di stelle di Davide intrecciate. “Quando il mio collega canadese Larry Peterson le ha viste, mi ha chiamata e mi ha detto:Guarda, Rina, c’è qualcosa di speciale per te”. Era la prima volta che Kamenetsky, un’eminente floricoltrice, vedeva la stella di Davide sulle cellule di una pianta. Pare che le pareti delle cellule delle radici di questa particolare pianta servano come protezione. D’inverno, quando viene la prima pioggia, le pareti bloccano l’improvviso afflusso d’acqua che potrebbe far scoppiare le cellule. Nello stesso tempo, proteggono le cellule dalla disidratazione assorbendo acqua. Anche le pareti delle cellule che servono come protezione tutto l’anno appaiono come uno scudo: lo scudo di Davide. “Non abbiamo mai visto prima una struttura di questo genere nelle pareti delle cellule delle piante. E’ una struttura rara, forse unica”, dice Kamenetsky. Kamenetsky è a capo del dipartimento di orticoltura ornamentale dell’Istituto Volcani e al momento sta programmando una collaborazione tra ricercatori di Francia, Italia e Sud Africa per capire il meccanismo di sopravvivenza delle varietà israeliane del ranuncolo persiano. Il tipo selvatico più comune è un fiore rosso con cinque petali e un cuore nero, che assomiglia abbastanza a un anemone. D’estate, le sue radici sono esposte al calore bruciante delle terra nel deserto, fino a 60°C. Il tipo coltivato, venduto commercialmente in bulbi, ha vari strati di petali ed esiste in una varietà di colori, tra cui bianco, giallo, rosa, rosso e cremisi. Sia il tipo selvatico che quello coltivato hanno lo stesso meccanismo di sopravvivenza. Dice Kamenetsky che il valore della ricerca sta nel fatto che, una volta capiti questi meccanismi, si possono dotare altre piante delle stesse capacità: cosa sempre più importante in un mondo che si sta avviando verso la desertificazione. Ci sono in Africa varie piante resistenti al calore e alla siccità, e tutte hanno un meccanismo speciale nelle foglie. Ma questa è la prima volta che gli scienziati incontrano un meccanismo resistente alla siccità nelle radici di una pianta. “Quando parlo di questa ricerca – dice Kamenetsky – la definisco: come affrontare la vita stressante in Israele. Forse, in termini di sopravvivenza, la nostra Nurit ha qualcosa da insegnare alle piante del mondo”. Kamenetsky, nata in Kazakhistan, è immigrata in Israele nel 1990 e da allora si è fatta un nome nel mondo dell’orticoltura ornamentale trasformando piante indigene in coltivazioni ornamentali che possono essere coltivate a scopo commerciale e vendute come fiori recisi o piante in vaso. Israele è all’avanguardia in questo campo. Circa il 20-40% dei fiori che Israele commercia ogni anno sono nuove varietà e nessun altro paese, a parte l’Olanda, ha una percentuale così alta di nuove varietà. Kamenetsky è anche uno dei massimi esperti mondiali sulle specie di Allium (aglio) che si possono coltivare come fiori ornamentali e che sono oggi ampiamente studiate per le loro proprietà medicinali.
(Da: Israel 21c, 6.03.05) | 1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi. 5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio». 12 Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l'un l'altro: «Che significa questo?». 13 Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto». 14 Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: 15 Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino. 16 Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: 17 Negli ultimi giorni, dice il Signore, Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. 18 E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno. 19 Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. 20 Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. 21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. 22 Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, 23 dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo: Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; poiché egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. 26 Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, 27 perché tu non abbandonerai l'anima mia negli inferi, né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza. 29 Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi. 30 Poiché però era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione. 32 Questo Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33 Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. 34 Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice: Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35 finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi. 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!». 37 All'udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone. 42 Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Atti 2
Quando sono debole è allora che sono forte...
sei Tu la mia forza Gesù!
Signore Tu hai voluto fondare la Tua Chiesa su uomini piccoli...su pescatori...
Pietro che ti ha rinnegato per tre volte, Tu Signore lo hai eletto a capo della Tua santa Chiesa!
E' proprio nel momento in cui ti ha rinnegato che ha preso coscienza di chi Tu Sei...non si è sentito abbandonato da Te, nè giudicato, ma amato fino alla fine al di là di tutto.
E' negli assurdi della nostra vita che noi Ti incontriamo!
Alla fine di questo giorno di Pentecoste voglio ringraziarti mio Dio per tutto quello che hai fatto nelle nostre vite, per avermi attratta a Te e per la Tua veramente santa pazienza e il Tuo santissimo Amore!
chi lo avrebbe mai immaginato che dei vigliacchi come gli apostoli sarebbero usciti a proclamare la Tua risurrezione...
Grazie per Maria!perchè è stata la prima a ricevere l'effusione del Tuo Santo Spirito nell'annunciazione, è lei che per 40 giorni ha tenuto riuniti nel cenacolo gli apostoli, impauriti come conigli, ha tenuto insieme la Chiesa!è qui ancora una volta la potenza della sua intercessione!
Grazie Signore perchè ci fai vedere in Pietro la nostra miseria umana, solo la Tua Santità oh Dio può trasformarci e solo la Tua Grazia può renderci capaci di amare...
Grazie Signore per il tuo dono per eccellenza, grazie per il Tuo per-dono, lo Spirito Santo!
Dio Ti Sei donato a noi con la Tua morte e risurrezione, nell'Eucaristia e non contento vuoi dimorare in noi, fare di noi il Tuo santo tempio...
Grazie perchè non hai cercato i potenti, ma Ti sei rivelato ai piccoli, a quelli che per il mondo sono miseri e spregevoli! sono fiera di essere misera perchè ho bisogno di Te e ho la scusa per essere portata in braccio da Te! il Dio dei cieli e della terra!
Grazie Padre perchè per la Nuova Alleanza Tu hai scelto dei pescatori per rivelarti...a differenza dell'Antica Alleanza in cui sceglievi sempre dei pastori...anche in questo Tu ci vuoi parlare oh Dio!
il pastore lavora da solo... un pescatore da solo non riuscirà che a pescare qualche pesciolino...ma quando i pescatori lavorano insieme riempiono, fanno traboccare le reti! e così noi da soli non possiamo nulla...ma lavorando insieme anche le nostre reti traboccano!!
Alleluia!
l'unità è il Tuo dono più grande e prezioso!
in questo giorno di Pentecoste Padre effondi una potente unzione di Unità in tutti i cristiani del mondo!fà Signore che un giorno la Tua Chiesa possa essere riunita per la Tua gloria!Risana il Tuo Corpo oh Dio!Amen!
Effondi Padre il Tuo Santo Spirito in tutti noi, cosìchè come Pietro, ricolmi di Te, esultando possiamo proclamare la Tua parola e glorificarti! facci canali liberi della Tua grazia! Amen!
semplicemente stupenda...
Basilio di Cesarea
Lettera 38
Al fratello Gregorio, sulla differenza fra sostanza e ipostasi.
1. A proposito delle dottrine che riguardano Dio molti, non distinguendo la sostanza comune dal concetto delle ipostasi, fanno coincidere i concetti e credono che non faccia differenza dire sostanza o ipostasi, per cui alcuni, che accolgono tali discorsi senza esaminarli, hanno deciso di affermare, come una sola sostanza, così anche una sola ipostasi, e inversamente, quelli che accettano le tre ipostasi credono che corrispondentemente si debba affermare la divisione delle sostanze secondo lo stesso numero. Per tal motivo, perché non succeda lo stesso anche a te, ti presento su questo argomento una trattazione riassuntiva. Il significato dei termini, per dirla in breve, è il seguente.
2. Di tutti i nomi, quelli che si predicano di più oggetti distinti per numero, hanno significato più generale, come, p. es., uomo. Infatti chi dice così indica col nome la natura comune e non definisce con la parola un singolo uomo, che appunto per il nome viene riconosciuto nella sua individualità. Infatti Pietro non è uomo più di Andrea, Giovanni, Giacomo. Il significato comune, che abbraccia ugualmente tutti coloro che ricadono sotto lo stesso nome, ha bisogno di una suddivisione, per cui noi riconosciamo non l’uomo in generale, ma Pietro o Giovanni. Altri nomi invece danno un’indicazione più particolare, per cui noi consideriamo con ciò che viene significato non la natura comune ma la delimitazione di una singola entità, che nulla ha in comune, nella sua individualità, con ciò che appartiene allo stesso genere, come, p. es., Paolo o Timoteo. Infatti tale parola non si estende alla natura comune, ma distinguendo dal significato generale, dà con i nomi l’indicazione di alcune entitità delimitate.
Perciò se noi, assumendo sotto lo stesso riguardo due o più persone, come Paolo, Silvano, Timoteo, cerchiamo la definizione della sostanza degli uomini, non daremo una definizione della sostanza riguardo a Paolo, un’altra riguardo a Silvano e un’altra riguardo a Timoteo, ma la definizione che indicherà la sostanza di Paolo si adatterà anche agli altri, e sono fra loro consustanziali quanti sono indicati dalla stessa definizione della sostanza. Ma se, avendo appreso ciò che c’è di comune, uno si volge a considerare le proprietà individualizzanti, per le quali un’entità si distingue dall’altra, allora la definizione che indica ognuna di quelle entità non si adatterà completamente a quella che ne indica un’altra, anche se si trovano in loro alcune proprietà comuni.
3. Voglio dir questo: ciò che si predica in modo individuale è indicato dalla parola ipostasi. Infatti chi dice "uomo", per l’indeterminatezza del significato suscita in chi ascolta un’idea non definita, sì che dal nome viene definita la natura ma non indicata l’entità individuale sussistente, ch’è indicata dal suo nome particolare. Chi invece dice "Paolo" rileva, nell’entità indicata dal nome, la natura individuale sussistente. Questa è l’ipostasi: non la nozione indefinita di sostanza, che non trova alcuna stabilità per la genericità del significato comune; ma la nozione che distingue e definisce ciò che c’è di comune e indefinito in una qualche entità, mettendo in rilievo i caratteri individuali. Anche nella Scrittura questo modo di fare è usuale, oltre che in molti altri episodi, anche nella storia di Giobbe.
Infatti quando il testo intraprende a parlare di lui, prima ricorda ciò che aveva di comune e lo dice "uomo", ma subito lo circoscrive con ciò che lo individualizza mediante l’aggiunta di "un certo". Così ha taciuto la descrizione della sostanza in quanto non avrebbe arrecato nulla di utile alla finalità del racconto, e invece caratterizza l’"un certo" con le note individuali, e parlando del luogo, dei tratti distintivi del carattere e di tutto quanto Giobbe aveva ricevuto dall’esterno, lo separa e lo distingue rispetto al significato comune della parola "uomo". In tal modo la descrizione del personaggio risulta del tutto evidente dal nome, dal luogo, dai caratteri distintivi dell’anima e dagli elementi esterni che si conoscevano riguardo a lui. Se invece il testo avesse dato la definizione della sostanza, non si sarebbe fatta alcuna menzione di ciò ch’è stato detto nell’individuazione della natura. Infatti la definizione sarebbe stata la stessa che per Baldad il Sauchita, per Sophar il Mineo e per ognuna delle altre persone che vengono lì ricordate.
Questo concetto della distinzione fra sostanza e ipostasi, che hai riconosciuto in ciò che riguarda noi uomini, se lo trasferirai alla dottrina che riguarda Dio non sbaglierai. Ciò che la mente ti suggerisce sul modo di essere del Padre (infatti non è possibile che l’anima si fondi su un concetto ben determinato, perché è convinta che l’idea di Dio è al di sopra di ogni concetto), questo stesso concetto tu penserai del Figlio e altrettanto dello Spirito santo. Infatti la nozione d’increato e incomprensibile è una sola e la stessa per il Padre, il Figlio e lo Spirito santo, perché non si dà che uno sia più increato e incomprensibile e l’altro lo sia meno. Poiché però bisogna avere una ben precisa distinzione nella Trinità grazie ai caratteri individuali, non assumeremo ciò che consideriamo comune o come, p. es., l’essere increato o al di là di ogni comprensione, o qualcosa del genere o per la distinzione di ciò ch’è individuale, e invece cercheremo soltanto ciò per cui il concetto di ogni singola persona possa essere distinto in modo chiaro e senza confusione da quello della divinità complessivamente considerata.
4. Mi sembra opportuno ricercare così questo concetto. Ogni bene che viene a noi dalla potenza divina è effetto della grazia che opera tutto in tutti, secondo quanto dice l’apostolo: "Tutto questo opera il solo e medesimo Spirito, dividendo a ciascuno come vuole" (1 Ep. Cor. 12, 11). Ma quando ricerchiamo se questa distribuzione di beni tocca a chi ne è degno avendo tratto origine soltanto dallo Spirito santo, ancora una volta la Scrittura c’indirizza a credere che la causa prima della distribuzione dei beni operati in noi per mezzo dello Spirito santo è il Dio Unigenito. Abbiamo appreso infatti dalla Sacra Scrittura che tutto è stato creato per mezzo di lui e sussiste in lui (Ev. Io. 1, 3; Ep. Col. 1, 17). Ma dopo che ci siamo innalzati a questo concetto, di nuovo guidati in alto come per mano dall’ispirazione divina apprendiamo che tutte le cose sono state tratte dal non essere all’essere grazie a quella potenza, ma neppure da questa senza principio, perché c’è una potenza sussistente senza essere stata generata e senza avere principio, che è causa della causa di tutti gli esseri. Infatti dal Padre deriva il Figlio per mezzo del quale sono state create tutte le cose, insieme col quale inseparabilmente noi consideriamo sempre anche lo Spirito santo. Infatti non è possibile pensare al Figlio senza essere stati prima illuminati dallo Spirito.
Poiché dunque lo Spirito santo, da cui come fonte tutti i beni si diffondono sulla creazione, è connesso col Figlio insieme col quale inseparabilmente viene compreso, e d’altra parte il suo essere è collegato al Padre, che ne è la causa e dal quale anche procede, ha come segno distintivo della sua individualità secondo l’ipostasi il fatto di essere conosciuto dopo il Figlio e insieme con lui e di derivare l’essere dal Padre. Il Figlio poi, che per mezzo di sé e con sé fa conoscere lo Spirito che procede dal Padre ed è il solo che sia stato generato traendo splendore dalla luce ingenerata, nulla ha in comune col Padre o con lo Spirito santo quanto all’individualità dei caratteri distintivi, ma egli solo si fa conoscere dai segni che abbiamo detto. Infine Dio che è su tutti ha come segno distintivo della propria ipostasi l’essere Padre e il non aver derivato l’essere o lui solo o da altra causa, e per questo segno anch’egli viene conosciuto nella sua individualità.
Perciò affermiamo che nella sostanza comune sono inconciliabili e incomunicabili i caratteri distintivi che rileviamo nella Trinità, grazie ai quali si mette in evidenza l’individualità delle persone che ci sono state tramandate nel deposito di fede, perché ognuna di esse viene compresa per i propri caratteri distintivi separatamente dalle altre, così che per tali segni noi troviamo ciò che separa le ipostasi una dall’altra. Di contro, per il fatto di essere infinita, incomprensibile, increata, non contenuta in un luogo e per tutti i caratteri di questo genere, non c’è alcuna differenza nella natura che dà la vita mi riferisco al Padre, Figlio, Spirito Santo , ma si rileva in loro una comunanza continua e indivisibile.
E lo stesso ordine d’idee, per cui comprendiamo la magnificenza di ognuna delle entità che sono oggetto di fede nella santa Trinità, ci permette di procedere a considerare senza alcuna differenza la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, perché non c’è alcun intervallo fra Padre, Figlio e Spirito santo, a causa del quale il pensiero si trovi a procedere nel vuoto. Nulla c’è infatti che s’inserisca in mezzo a loro: non c’è un’altra entità sussistente oltre la natura divina, tale da poterla dividere in sé stessa per l’inserzione di un elemento estraneo; e neppure un intervallo di vuoto insussistente tale da interrompere l’armonia interna della sostanza divina, disunendo il continuo con l’interposizione del vuoto.
Ma chi considera il Padre, lo considera in sé stesso e insieme comprende col pensiero anche il Figlio. Chi poi pensa al Figlio, non tiene separato lo Spirito del Figlio, ma conseguentemente secondo l’ordine e unitamente secondo la natura, rappresenta in sé la fede nei tre composta in unità. Chi poi nomina soltanto lo Spirito, in questa professione comprende insieme anche colui cui lo Spirito appartiene. E poiché lo Spirito è di Cristo e deriva da Dio, come dice Paolo (Ep. Rom. 8, 9), come chi tira un capo della catena tira insieme anche l’altro capo, così chi trae a sé lo Spirito, come dice il profeta (Ps. 118, 131), per mezzo di questo tira insieme anche il Figlio e il Padre. E se uno tiene veramente il Figlio, lo terrà da ambedue le parti, traendo insieme da una parte suo Padre e dall’altra il suo Spirito. Infatti né può essere separato dal Padre colui che è sempre nel Padre né può essere mai diviso dal suo Spirito colui che opera tutto in lui. Analogamente colui che ha accolto il Padre, ha accolto insieme effettivamente anche il Figlio e lo Spirito santo.
In nessun modo infatti è possibile pensare a divisione o separazione, così da considerare il Figlio separatamente dal Padre e da dividere lo Spirito dal Figlio. Invece noi ravvisiamo in loro sia comunanza sia distinzione in modo indicibile e inconcepibile, perché nè la differenza delle ipostasi interrompe la continuità della natura né la comunanza secondo la sostanza elimina l’individualità delle proprietà caratteristiche. Non meravigliarti perciò se affermiamo che la medesima realtà è insieme unita e distinta e se, come in enigma, immaginiamo una nuova e straordinaria distinzione congiunta e congiunzione distinta. Se infatti uno ascolta il nostro discorso non per gusto di discutere e calunniare, gli è possibile trovare qualcosa del genere anche nella realtà sensibile.
5. Intendete comunque le mie parole come esempio e ombra della verità, non come la verità stessa delle cose, perché non è possibile che ciò che consideriamo negli esempi si adatti perfettamente a ciò per cui facciamo uso degli esempi.
Come dunque affermiamo che da ciò che appare ai nostri sensi si può dedurre insieme la distinzione e l’unità? Hai già osservato qualche volta in primavera lo splendore dell’arcobaleno nelle nubi, quell’arco dico che siamo soliti definire iride, e che gli esperti affermano formarsi talvolta quando una certa umidità si mescola con l’aria, poiché la violenza del vento espelle sotto forma di pioggia l’umidità e la spessa nuvolosità che si è formata nell’atmosfera. Sostengono che si formi così. Quando il raggio del sole, penetrando obliquamente nella parte densa e oscura dell’ammasso di nubi, imprime direttamente il suo cerchio su una nube, si ha, per così dire, una riflessione e un ritorno della luce su sé stessa, perché il fulgore è respinto in senso opposto dall’elemento umido e brillante. Poiché infatti la natura di uno scintillio luminoso è tale che esso si ripercuote all’indietro su sé stesso se viene a cadere su una superficie liscia, e risulta circolare questa figura formata dal raggio sulla parte umida e liscia dell’aria, necessariamente anche l’aria che circonda la nube a causa dello splendore luminoso viene circoscritta secondo la figura della circonferenza solare. Orbene, questa luminosità è insieme continua in sé stessa e divisa. Poiché infatti presenta molti colori e molte forme, grazie alla varietà dei colori si mescola con sé stessa in modo tale che sfugge al nostro sguardo e, senza farcene accorgere, sottrae ai nostri occhi la confluenza dei vari colori gli uni con gli altri, così che non distinguiamo la zona intermedia fra l’azzurro e il rosso, dove avviene insieme la mescolanza e la separazione di un colore dall’altro, e neppure quella fra il rosso e il purpureo o fra questo e il colore dell’ambra. Poiché infatti i riflessi luminosi di tutti i colori si mostrano tutti insieme, brillano di lontano e ci sottraggono i segni del loro congiungersi gli uni con gli altri, essi sfuggono ad un esame, così ch’è impossibile accertare fino a che punto della zona luminosa c’è il rosso o il verde, e da che punto un colore comincia a non essere più tale quale lo scorgiamo nel suo brillare di lontano.
Come dunque nell’esempio riconosciamo con chiarezza le differenze dei colori ma non possiamo percepire la separazione di uno dall’altro, così considera che lo stesso ragionamento possa essere applicato alla dottrina che riguarda Dio: le proprietà delle ipostasi, come un colore di quelli che appaiono nell’arcobaleno, risplendono in ognuna delle persone che crediamo nella santa Trinità, ma quanto alla proprietà secondo natura non si può concepire alcuna differenza dell’una con l’altra, ma le proprietà distintive individuali risplendono a ciascuna nella sostanza comune. Infatti anche nell’esempio una sola è la sostanza che riflette quella luce multicolore, quella che è riflessa dal raggio del sole, ma lo splendore di ciò che appare ha molti aspetti, e così la ragione c’insegna anche per mezzo delle cose create a non farci turbare senza motivo dai discorsi che riguardano la dottrina, quando ci imbattiamo in argomenti di difficile comprensione e ci troviamo in difficoltà quanto al consenso da dare a ciò che viene detto. Come infatti per ciò che si mostra ai nostri occhi l’esperienza ci è apparsa più valida dell’esame della causa, così anche riguardo alle dottrine trascendenti più valida della comprensione razionale è la fede che c’insegna la distinzione nell’ipostasi e l’unione nella sostanza. Perciò, dato che il discorso ha rilevato ciò che è comune e ciò ch’è particolare nella santa Trinità, il concetto della comunanza si riferisce alla sostanza, mentre l’ipostasi è segno individuante di ciascuno dei tre.
6. Ma forse qualcuno penserà che il discorso che abbiamo fatto sull’ipostasi non si accorda col concetto di ciò che dice l’apostolo riferendosi al Signore: "Riflesso della sua gloria e impronta dell’ipostasi" (Ep. Hebr. 1, 3). Se infatti abbiamo ammesso che l’ipostasi è il complesso delle proprietà individuali di ciascuno e abbiamo convenuto che, come per il Padre si considera qualcosa d’individuale per cui egli solo è riconosciuto, analogamente anche per il Figlio crediamo lo stesso, come mai qui la Scrittura attribuisce il nome di ipostasi soltanto al Padre e definisce il Figlio forma dell’ipostasi, caratterizzato dalle proprietà distintive non sue ma del Padre? Se infatti l’ipostasi è segno individualizzante di ciascuna esistenza e siamo d’accordo che proprietà del Padre è di esistere senza essere stato generato, e d’altra parte il Figlio assume forma grazie alle proprietà del Padre, allora non rimarrà più caratteristica per eccellenza del solo Padre l’esser detto ingenerato, dal momento che anche l’esistenza del Figlio viene caratterizzata dalla proprietà individualizzante del Padre.
7. Ma noi affermiamo che qui il discorso dell’apostolo mira ad un altro fine, in vista del quale si è servito di queste parole ed ha parlato di riflesso della gloria e di impronta dell’ipostasi. Perciò chi lo considererà attentamente nulla troverà che vi contrasti con quanto abbiamo detto, ma che il discorso è condotto sulla base di un concetto particolare. Infatti il discorso dell’apostolo si occupa non di come le ipostasi siano distinte l’una dall’altra grazie all’evidenza dei segni caratterizzanti, bensì di come far comprendere la realtà, l’indissolubiità e l’unità della relazione del Figlio con il Padre.
Infatti non ha detto: "Egli che è la gloria del Padre", pur se questa è la verità, ma ha tralasciato questo concetto come risaputo e invece, per insegnarci che la forma della gloria non è una per il Padre e un’altra per il Figlio, definisce la gloria dell’Unigenito riflesso proprio della gloria del Padre e così, con l’esempio della luce, ci dispone a considerare insieme inseparabilmente il Figlio col Padre. Come infatti la luce deriva dalla fiamma ma non esiste in un secondo momento dopo la fiamma, perché appena risplende la fiamma risplende insieme anche la luce, così l’apostolo vuole che si pensi che il Figlio deriva dal Padre, senza che l’Unigenito sia diviso dall’esistenza del Padre dall’interposizione di un intervallo, ma in modo che insieme con la causa si comprenda sempre ciò che da essa deriva. Allo stesso modo, quasi a spiegare il concetto esposto in precedenza, parla di impronta dell’ipostasi per guidarci con esempi corporei alla comprensione delle realtà invisibili. Come infatti il corpo è sempre compreso in una figura, ma una è la nozione della figura e altra quella del corpo e la definizione che si dà di una delle due entità non coincide con quella dell’altra; e tuttavia, anche se logicamente uno distingue la figura dal corpo, pure la natura non accetta la distinzione ma considera in modo unitario corpo e figura, così l’apostolo crede che si debba pensare intorno al Padre e al Figlio. In questo modo anche se la dottrina della fede insegna la differenza delle ipostasi senza confusione e con netta distinzione, però ci presenta anche, con ciò che si è detto, l’aderenza e quasi l’esistere insieme del Figlio col Padre, non nel senso che da parte sua l’Unigenito non esista in ipostasi ma perché egli non accetta nulla di intermedio nella sua unione col Padre. Così, chi consideri attentamente con gli occhi dell’anima l’impronta dell’Unigenito comprende insieme, col pensiero, anche l’ipostasi del Padre, non perché si sia cambiata o confusa insieme la proprietà individuale che rileviamo in loro, così da immaginare la nascita per il Padre e l’ingenerabiità per il Figlio, ma nel senso che non è possibile, separandoli l’uno dall’altro, considerare di per sé quello solo che resta. Infatti, quando si nomina il Figlio, non è possibile non comprendere col pensiero anche il Padre, perché il nome di figlio, con la sua relazione, significa insieme anche il padre.
8. Dato perciò che chi ha visto il Figlio vede il Padre, come dice il Signore nel Vangelo (Ev. Io. 14, 9), per questo l’apostolo definisce l’Unigenito impronta dell’ipostasi del Padre. E perché possiamo conoscere meglio il concetto, prenderemo anche le altre espressioni dell’apostolo, in cui definisce il Figlio immagine di Dio invisibile e ancora immagine della sua bontà (Ep. Col. 1, 15; Sap. 7, 26), non perché l’immagine differisca dal modello per la nozione di invisibilità e bontà, ma perché si dimostri che è la stessa cosa che il modello, anche se è altra rispetto a lui. Infatti non sussisterebbe il concetto dell’immagine se non possedesse completa evidenza e mancanza di ogni differenza. Perciò chi osserva la bellezza dell’immagine, comprende anche il modello; e chi comprende col pensiero quella ch’è, per così dire, la forma del Figlio, si rappresenta l’impronta dell’ipostasi del Padre, guardando uno per mezzo dell’altro, non perché scorga l’ingenerabilità del Padre nell’immagine (altrimenti infatti questa sarebbe perfettamente la stessa cosa e non altra rispetto al Padre), ma perché riconosce la bellezza ingenerata in quella generata.
Come chi in uno specchio limpido osserva l’immagine della figura che vi si forma, ha piena conoscenza della persona che viene riprodotta, così chi conosce il Figlio, tramite la conoscenza del Figlio accoglie nel suo cuore l’impronta dell’ipostasi del Padre. Infatti tutto ciò ch’è del Padre si contempla nel Figlio e tutto ciò ch’è del Figlio è del Padre (Ev. Io. 16, 15), poiché tutto il Figlio sta nel Padre e a sua volta egli ha in sé tutto il Padre (Ev. Io. 14, 10). In tal modo l’ipostasi del Figlio diviene come forma e figura della conoscenza del Padre e l’ipostasi del Padre si fa conoscere nella forma del Figlio, anche se sussiste in essi, per la chiara distinzione delle ipostasi, la proprietà individuale che abbiamo rilevato.
Ci troviamo sulla collina torinese nella prima metà del 1600, in un convento di frati cappuccini. I tempi erano duri e non si respirava di certo una bell'aria a causa della terribile guerra civile tra la reggente Maria Cristina ed i principi suoi cognati.
Le truppe francesi alleate di Madama Cristina irruppero nella chiesa dove si erano rifugiati i frati con la popolazione terrorizzata. I francesi massacrarono quasi tutti i presenti, senza nessuna pietà né delle persone e né del luogo.
Immaginate la scena e la disperazione del momento, immaginate l'odio di satana che aizza gli uomini armati fino ai denti contro un gruppo di frati inermi e decine di donne, uomini e bambini impauriti ed indifesi. Sotto gli occhi della croce, appesa in fondo alla chiesa, si compie una tragedia inutile. Ma non basta ai francesi. Il sangue non gli basta perché è sangue innocente, è sangue facile da far versare sul pavimento del sacro tempio.
Uno di loro, un soldato ugonotto, vedendo quel macello non viene mosso a pentimento ma avanza sicuro verso il tabernacolo. I suoi occhi sono fissi su quella piccola porticina, sono fissi e luccicano di avidità. Vuole il calice d'oro che è custodito all'interno. Soldi facili. Fuori da quel mattatoio avrebbe potuto trovare facilmente qualcuno a cui rivendere il prezioso oggetto.
Il soldato è di fronte al tabernacolo e con la spada, ancora grondante sangue, forza la piccola porticina. Nel momento in cui la porticina si apre è investito da un fulmine scaturito improvvisamente dal calice e che lo lascia esanime a terra. I pochi che sopravvissero alla strage diedero conferma del fatto.
L'episodio è documentato presso gli Atti del Tribunale di Savigliano in data 8 agosto 1642.
Ancora oggi la chiesa di Santa Maria al Monte, per chi volesse visitarla, presenta la forzatura di quel soldato francese sul tabernacolo.
Per dovere di cronaca ricordo che in questo convento riposa sant'Ignazio da Santhià, frate cappuccino nato nel 1686 a Santhià e morto nel 1770 a Torino. Non mi soffermo a raccontarvi la sue vicissitudini ed i suoi tanti miracoli che potrete facilmente, per chi ne fosse interessato, reperire in rete (e che sono sicuro affascinerà anche voi così come ha affascinato me); ma ci tengo a trascrivervi un brano molto profondo tratto da una sua lettera:
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Il Signore che ci ha salvato per mezzo della Croce, vuole che ancor noi per mezzo delle croci ci salviamo; e però egli va distribuendo delle croci per tutte le case e a tutte le persone, secondo egli stima meglio, e per sua gloria e per nostro bene. Beati saran quelli che le sapran portare con pazienza e rassegnazione cristiana., perché le croci ci serviran come di tanti scalini per salire a maggior gloria in Paradiso. A vostra Signoria Illustrissima il Signore gliene ha dato la sua porzione...
Se il Sommo Pontefice le mandasse da Roma un pezzetto della Santa Croce la riceverebbe con gran riverenza e devozione; e lo ringrazierebbe d'un tanto onore e favore.
Gesù Cristo Sommo Pontefice gli ha mandato dal Cielo parte di sua Croce, e sono i mali che soffre; la porti per suo amore e la sopporti con pazienza; e lo ringrazi d'un tanto favore, perché questo favore egli non fa, se non ad anime sue più care...
13 maggio 1769 - alla Contessa Brunetta |
Lo studio di un professore dell’Università ebraica di Gerusalemme cancella ogni dubbio su un enigma millenario.
La data del 25 dicembre non è soltanto un simbolo
Dai rotoli di Qumran la conferma della sua esattezza
Quando tutti sono via, quando le città sono vuote, a chi - e dove - mandare cartoline e consegnare pacchi con nastri e fiocchetti? Non sono i vescovi stessi a tuonare contro quella sorta di orgia consumistica cui sono ridotti i nostri Natali? E allora, spiazziamo i commercianti, spostiamo tutto a Ferragosto. La cosa, osservavo, non sembra impossibile: in effetti, non fu la necessità storica, fu la Chiesa a scegliere il 25 dicembre per contrastare e sostituire le feste pagane nei giorni del solstizio d’inverno.
La nascita del Cristo al posto della rinascita del Sol invictus . All’inizio, dunque, ci fu una decisione pastorale che può essere mutata, variando le necessità. Una provocazione, ovviamente, che si basava però su ciò che è (o, meglio, era) pacificamente ammesso da tutti gli studiosi: la collocazione liturgica del Natale è una scelta arbitraria, senza collegamento con la data della nascita di Gesù, che nessuno sarebbe in grado di determinare. Ebbene, pare proprio che gli esperti si siano sbagliati; e io, ovviamente, con loro. In realtà oggi, anche grazie ai documenti di Qumran, potremmo essere in grado di stabilirlo con precisione: Gesù è nato proprio un 25 dicembre. Una scoperta straordinaria sul serio e che non può essere sospettata di fini apologetici cristiani, visto che la dobbiamo a un docente, ebreo, della Università di Gerusalemme.
Vediamo di capire il meccanismo, che è complesso ma affascinante. Se Gesù è nato un 25 dicembre, il concepimento verginale è avvenuto, ovviamente, 9 mesi prima. E, in effetti, i calendari cristiani pongono al 25 marzo l’annunciazione a Maria dell’angelo Gabriele. Ma sappiamo dallo stesso Vangelo di Luca che giusto sei mesi prima era stato concepito da Elisabetta il precursore, Giovanni, che sarà detto il Battista. La Chiesa cattolica non ha una festa liturgica per quel concepimento, mentre le antiche Chiese d’Oriente lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre. E, cioè, sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria. Una successione di date logica ma basata su tradizioni inverificabili, non su eventi localizzabili nel tempo. Così credevano tutti, fino a tempi recentissimi. In realtà, sembra proprio che non sia così.
In effetti, è giusto dal concepimento di Giovanni che dobbiamo partire. Il Vangelo di Luca si apre con la storia dell’anziana coppia, Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità, una delle peggiori disgrazie in Israele. Zaccaria apparteneva alla casta sacerdotale e, un giorno che era di servizio nel tempio di Gerusalemme, ebbe la visione di Gabriele (lo stesso angelo che sei mesi dopo si presenterà a Maria, a Nazareth) che gli annunciava che, malgrado l’età avanzata, lui e la moglie avrebbero avuto un figlio. Dovevano chiamarlo Giovanni e sarebbe stato «grande davanti al Signore».
Luca ha cura di precisare che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia e che quando ebbe l’apparizione «officiava nel turno della sua classe». In effetti, coloro che nell’antico Israele appartenevano alla casta sacerdotale erano divisi in 24 classi che, avvicendandosi in ordine immutabile, dovevano prestare servizio liturgico al tempio per una settimana, due volte l’anno. Sapevamo che la classe di Zaccaria, quella di Abia, era l’ottava, nell’elenco ufficiale. Ma quando cadevano i suoi turni di servizio? Nessuno lo sapeva. Ebbene, utilizzando anche ricerche svolte da altri specialisti e lavorando, soprattutto, su testi rinvenuti nella biblioteca essena di Qumran, ecco che l’enigma è stato violato dal professor Shemarjahu Talmon che, come si diceva, insegna alla Università ebraica di Gerusalemme. Lo studioso, cioè, è riuscito a precisare in che ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali. Quella di Abia prestava servizio liturgico al tempio due volte l’anno, come le altre, e una di quelle volte era nell’ultima settimana di settembre. Dunque, era verosimile la tradizione dei cristiani orientali che pone tra il 23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria. Ma questa verosimiglianza si è avvicinata alla certezza perché, stimolati dalla scoperta del professor Talmon, gli studiosi hanno ricostruito la «filiera» di quella tradizione, giungendo alla conclusione che essa proveniva direttamente dalla Chiesa primitiva, giudeo-cristiana, di Gerusalemme. Una memoria antichissima quanto tenacissima, quella delle Chiese d’Oriente, come confermato in molti altri casi. Ecco, dunque, che ciò che sembrava mitico assume, improvvisamente, nuova verosimiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l’annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest’ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque, non fu fissato a caso.
Ma sì, pare proprio che il Natale a Ferragosto sia improponibile. Ne farò, dunque, ammenda ma, più che umiliato, piuttosto emozionato: dopo tanti secoli di ricerca accanita i Vangeli non cessano di riservare sorprese. Dettagli apparentemente inutili (che c’importava che Zaccaria appartenesse alla classe sacerdotale di Abia? Nessun esegeta vi prestava attenzione) mostrano all’improvviso la loro ragion d’essere, il loro carattere di segni di una verità nascosta ma precisa. Malgrado tutto, l’avventura cristiana continua.
Vittorio Messori - Corriere della Sera del 09/07/2003
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Dal Mar Morto a Oxford:
La data di nascita di Gesù è stata stabilita grazie ai documenti di Qumran. In alcune grotte della località sul Mar Morto un pastore scoprì, nel 1947, una serie di papiri manoscritti. Le scoperte proseguirono, in modo rocambolesco, fino al ’56. Si tratta di circa 750 testi in ebraico, aramaico (la lingua parlata dallo stesso Gesù) e greco. Vanno dal III sec a.C. fino al I d.C. Ci sono scritture sacre, commenti, documenti religiosi della comunità di Qumran, gli Esseni, setta ebraica, distaccatasi dal Tempio. Alcuni documenti consentirebbero, secondo qualche studioso, di ridatare il Vangelo di Marco. Una parte dei papiri è stata poi tenuta nascosta in Israele fino al 1991, alimentando il «giallo».
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L'apparizione delle "Tre fontane" (Roma)
Madonna della Rivelazione
12 aprile 1947

Il veggente
Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa. Bruno racconta di sé:
"Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l'occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri...".
A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.
Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l'odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un'armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: "A morte il Papa". Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:
"Per salvare l'umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa".
Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto:
"Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante... Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch'io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo".
L'uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l'Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.
Ma Cristo lo attende al varco.
L'apparizione
Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località "Tre Fontane", nello spiazzo antistante l'abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:
- "Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo".
Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: "La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo...".
Frattanto i bambini lo chiamano:
- "Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!".
Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:
"Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l'avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:
- "Gianfranco, dove sei?" - Invano.
Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all'ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all'interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:
- "Bella Signora!... Bella Signora!...".
- "Che dici, Gianfranco, - chiesi - che cosa fai?".
Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell'atteggiamento di preghiera.
Allora chiamai:
- "Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!".
Mi obbedì e...
- "Cosa c'è là dentro? - domandai - Vedi niente tu?"
- "No papà" - risponde, e nello stesso tempo anch'essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all'interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:
- "Bella Signora!... Bella Signora!...".
Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l'interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e...
- "Vieni anche tu qui - pregai - e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione... Forse l'avete preparato voi questo gioco?".
- "Ma cosa dici - egli osservò - di quale gioco parli?... Non lo conosco e non lo so fare!".
Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:
- "Bella Signora!...".
- "È troppo! - gridai - Anche tu mi prendi in giro!".
Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:
- "Carlo, - imposi - via di qui".
E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:
- "Isola - la invitai - alzati e non fare come Carlo!".
Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell'osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:
- "Su alzati. - dissi - È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?".
A questo punto:
- "Ma che cosa succede qui? - esclamai - Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?...".
Poi, istintivamente:
- "Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!".
Entrai nell'antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota".
Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:
- "Dio, salvaci tu!".
"Quand'ecco - egli dice - emessa l'invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell'istante provai un certo dolore e rimasi nell'oscurità più profonda...
A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un'insolita gioia".
In quell'istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d'oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch'esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l'altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:
"Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata".
Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all'abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.
"Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola".
L'Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:
- "Sono Colei che sono nella Trinità Divina".
- "Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE".
- "Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell'ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell'errore, ti hanno salvato!".
Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l'ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.
Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l'altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:
- "Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: "Padre, le devo parlare!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?" pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: "Quello fa per il tuo caso".
- "Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò".
- "Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere...".
Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l'incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.
***
Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:
- "Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l'unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore di Gesù".
Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:
- "Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli".
Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:
- "Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso".
***
Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:
"Tra i lavoratori c'ero anch'io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa". Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:
- "Qualcuno di voi mi vuol parlare?".
Io mi inginocchiai e dissi:
- "Santità, sono io!".
Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:
- "Cosa c'è, figlio mio?".
- "Santità, qui c'è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime".
Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto "Morte al Papa" e sussurrai:
- "Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!".
Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:
- "Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell'amore"...
Tratto da: "La Vergine della Rivelazione" Mons. Fausto Rossi Ediz. Roma
La Madonna apparve
alla grotta delle Tre Fontane
una mattina di aprile del 1937
alla serva di Dio Luigina Sinapi
preannunciandole che sarebbe riapparsa
nello stesso luogo
dieci anni dopo
faccio un pò di pubblicità a un mio amichetto!
^______^
La promessa della musica tradizionale napoletana!
Il re della chitarra battente!
(quella specie di chitarra che sta nei quadri del Caravaggio)
Il fiore all'occhiello dell'arpeggio!
cmq
per gli amici
Mimmo!!!!
visitate il sitooooooo
santa giornata!
Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: "Signore io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti sempre stato con me. Perchè mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili ?". E Lui mi ha risposto: " Figlio, tu lo sai che Io ti amo e non ti ho mai abbandonato; i giorni nei quali c'è soltanto un'orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio".
Questo pane sia dato a noi ogni giorno
lo invece, una volta lavato i piedi,
ho bisogno di quel battesimo di cui il Signore ha detto:
"Quanto a me, con un altro battesimo
devo essere battezzato".
Preghiamo che ogni giorno questo pane sia dato a noi,
che viviamo nella grazia di Cristo,
ed ogni giorno riceviamo l'Eucaristia
quale farmaco di salute,
affinche non ci avvenga che sospesi per qualche misfatto
dalla comunione del Pane celeste,
siamo separati dal corpo di Cristo.
Cipriano di Cartagine, L'orazione del Signore
Dalla Liturgia delle Ore della XXVI settimana
Ufficio delle Letture di Domenica:
Dalla «lettera ai Filippesi» di san Policarpo, vescovo e martire
(Capp. 1,1-2,3; Funk, 1,267-269) Foste salvati gratuitamente
Policarpo e i presbiteri, che sono con lui, alla chiesa di Dio che risiede come pellegrina in Filippi: la misericordia e la pace di Dio onnipotente e di Gesù Cristo nostro salvatore siano in abbondanza su di voi. Prendo parte vivamente alla vostra gioia nel Signore nostro Gesù Cristo perché avete praticato la parola della carità più autentica. Infatti avete aiutato nel loro cammino i santi avvinti da catene, catene che sono veri monili e gioielli per coloro che furono scelti da Dio e dal Signore nostro. Gioisco perché la salda radice della vostra fede, che vi fu annunziata fin dal principio, sussiste fino al presente e porta frutti in Gesù Cristo nostro Signore. Egli per i nostri peccati accettò di giungere fino alla morte, ma «Dio lo ha risuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte» (At 2,24), e in lui, senza vederlo, credete con una gioia indicibile e gloriosa (Cfr. 1Pt 1,8), alla quale molti vorrebbero partecipare; e sapete bene che siete stati salvati per grazia, non per le vostre opere, ma per la volontà di Dio mediante Gesù Cristo (Cfr. Ef 2,8-9). «Perciò dopo aver preparato la vostra mente all'azione» (1Pt 1,13), «servite Dio con timore» (Sal 2,11) e nella verità, lasciando da parte le chiacchiere inutili e gli errori grossolani e «credendo in colui che ha risuscitato nostro Signore Gesù Cristo dai morti e gli ha dato gloria» (1Pt 1,21), facendolo sedere alla propria destra. A lui sono sottomesse tutte le cose nei cieli e sulla terra, a lui obbedisce ogni vivente. Egli verrà a giudicare i vivi e i morti e Dio chiederà conto del suo sangue a quanti rifiutano di credergli. Colui che lo ha risuscitato dai morti, risusciterà anche noi, se compiremo la sua volontà, se cammineremo secondo i suoi comandi e ameremo ciò che egli amò, astenendoci da ogni specie di ingiustizia, inganno, avarizia, calunnia, falsa testimonianza, «non rendendo male per male, né ingiuria per ingiuria» (1Pt 3,9), colpo per colpo, maledizione per maledizione, memori dell'insegnamento del Signore che disse: Non giudicate per non esser giudicati; perdonate e vi sarà perdonato; siate misericordiosi per ricevere misericordia; con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi (Cfr. Mt 7,l; Lc 6,36-38) e: Beati i poveri e i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Cfr. Mt 5,3.10).
Ufficio delle Letture di Martedì (lunedì era un brano di san Vincenzo de Paoli):
Dalla «Lettera ai Filippesi» di san Policarpo, vescovo e martire
(Capp. 6,1-8,2; Funk, 1,273-275) Cristo ci diede l'esempio in se stesso
I presbiteri siano compassionevoli e misericordiosi verso tutti; richiamino gli erranti, visitino gli ammalati senza trascurare la vedova, l'orfano, il povero; si comportino bene davanti a Dio e agli uomini (Cfr. 2Cor 8,21). Frenino l'ira, si guardino da qualsiasi preferenza personale, da ogni giudizio ingiusto, da tutte le forme di avarizia. Non prestino orecchio a ciò che si dice di male contro chiunque e non siano troppo severi nel giudicare, consapevoli che tutti siamo rei di peccato. Se chiediamo al Signore di perdonarci, dobbiamo a nostra volta perdonare; siamo sotto lo sguardo dei Signore Dio, e «tutti ci presenteremo al tribunale di Cristo e ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso» (Rm 14,10.12). Serviamolo dunque con timore e con grande rispetto, come ci ha comandato egli stesso e gli apostoli che ci predicarono il Vangelo e i profeti che ci annunziarono la venuta del Signore. Promuoviamo il bene con tutte le nostre forze, evitiamo gli scandali, i falsi fratelli e coloro che ipocritamente si fregiano del nome del Signore e traggono in errore gli stolti. Chiunque non riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è un anticristo (cfr 1Gv 4,2.3; 2Gv 7), e colui che non riconosce la testimonianza della croce è dal diavolo; chi poi stravolge le parole del Signore secondo le proprie passioni e nega la risurrezione e il giudizio, costui è primogenito di Satana. Lasciamo dunque da parte le vane dicerie della gente e le false dottrine, e volgiamoci all'insegnamento che ci fu trasmesso fin dall'inizio: Siamo moderati e sobri per dedicarci alla preghiera (Cfr. 1Pt 4,7). Perseveriamo nel digiuno e chiediamo con suppliche a Dio che tutto vede, di «non indurci in tentazione» (Mt 6,13), perché, come disse il Signore, «lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). Restiamo saldamente ancorati alla nostra speranza e al pegno della nostra giustizia, Gesù Cristo, «che portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Egli non commise peccato e sulla sua bocca non fu trovato inganno» (1Pt 2,24.22). Ma per noi sopportò ogni cosa perché vivessimo in lui. Siamo dunque imitatori della sua pazienza e, se dovessimo soffrire per il suo nome, rendiamogli gloria. Questo è l'esempio che egli ci diede in se stesso, e noi vi abbiamo creduto.
SAGGISTICA www.avvenire.it Arriva anche in Italia il pamphlet della studiosa musulmana canadese Irshad Manji, che rivolge una severa critica dall'interno
Islam, dov'è il pensiero?
Un libro che è stato un caso editoriale negli Usa e che esprime "la rabbia e l'orgoglio" di un'intellettuale appassionata: «Troppi di noi tacciono impauriti, ma il vero nemico non è l'Occidente bensì l'aggressività del fondamentalismo»
Di Edoardo Castagna
Rabbia e orgoglio di una musulmana moderata, che si scaglia non contro l'Occidente ma contro il retrivo e opprimente "islam del deserto", Quando abbiamo smesso di pensare? denuncia fin dal titolo la volontà di fare i conti con la propria religione, con il fanatismo e con la perdita delle tradizioni più aperte e riflessive. Il libro di Irshad Manji appena uscito per Guanda incita i musulmani a rifiutare il «monopolio dei cervelli della nostra fede», caduta in un vicolo cieco di inganno e di ignoranza. L'oscurantista versione araba dell'islam non è l'unica possibile né la più "vera", ma soltanto l'arroganza di un gruppo. L'islam possiede, al proprio interno e nella propria storia, l'arma per combatterla: la critica, la ricerca intellettuale, la riflessione. Obiettivo è un islam riformato, dove «riforma non significa dire al musulmano medio cosa non deve pensare, ma accordare a un miliardo di fedeli il permesso di usare la propria testa» e di uscire dallo "stato di minorità" al quale sono incatenati dal dominio delle interpretazioni integraliste. Irshad Manji è nata in Uganda in una famiglia musulmana di origine indiana, presente in Africa orientale fin da quando, in epoca coloniale, gli inglesi avevano promosso l'immigrazione asiatica. Nel 1972 il dittatore Amin Dada costrinse gli islamici alla fuga; la famiglia di Irshad, che allora aveva quattro anni, emigrò in Canada. Spinta dalla famiglia, durante l'infanzia tentò di rimanere vicina all'islam con le lezioni della madrasa locale, retta - come gran parte delle scuole islamiche - da un maestro che mirava non all'educazione ma all'indottrinamento dei giovani. Irshad tentò di fare domande, di capire, ma il dibattito non era previsto; «Leggi il Corano», concludeva sempre il maestro. Ma il Corano è in arabo, incomprensibile alla maggior parte dei musulmani. Irshad si procurò una traduzione inglese: comprese che il testo non era affatto quella legge monolitica e coerente imposta dalle madrase e div enne «una refusenik dell'islam. Questo non significa che mi rifiuto di essere musulmana. Però mi rifiuto di far parte di un esercito di automi». Quello che aveva conosciuto, quello che per milioni di musulmani è l'unico islam possibile perché è l'unico che viene loro offerto, non è che una delle tante possibilità. Irshad Manji è cresciuta in America e crede che anche l'Islam abbia diritto a una chance per dimostrare il proprio valore. «Grazie alla libertà che l'Occidente mi accordava potevo valutare la mia religione sotto una luce inconcepibile nel microcosmo della madrasa». Con orgoglio rivendica il diritto dell'islam a mostrare la propria ricchezza e la propria storia di civiltà; con rabbia si accorge che gli islamici tacciono, impauriti non dall'Occidente ma dall'aggressività dell'islam di oggi. Giornalista televisiva, Irshad Manji aveva già sperimentato l'assenza di dialogo all'interno delle comunità islamiche. L'11 settembre non poté fare a meno di chiedersi: «Cosa sarebbe cambiato se Mohamed Atta fosse stato educato a porsi vere domande, anziché coltivare semplici certezze?». L'islam non è necessariamente refrattario alla ricerca; l'epoca d'oro dell'impero arabo vide il grande sviluppo delle arti, delle scienze e della tolleranza. Sotto i califfi non tutto era jihad, ma c'era spazio anche per l'ijtihad, il libero pensiero. Oggi dell'ijtihad si sono perse le tracce, e nelle scuole coraniche si ripete all'infinito la versione tribale e "desertica" dell'islam, con la sua ferocia repressiva contro l'individuo, la donna, il diverso e il suo odio radicale contro l'Occidente. Quando abbiamo smesso di pensare rifiuta la scappatoia di tanti musulmani moderati, che accollano all'imperialismo occidentale l'inaridimento dell'islam. Il dogmatismo degli almoravidi, con il controllo sociale, politico e religioso garantito dalla sharia, prese il sopravvento nel mondo musulmano prima di ogni intervento ester no: «I nostri problemi non sono cominciati con i crociati: i nostri problemi sono cominciati con noi. Ancora oggi, però, l'islam usa l'uomo bianco come arma di distrazione di massa - per distrarre dal fatto che, per sentirci oppressi, non abbiamo mai avuto bisogno dell' "oppressivo Occidente"». Il saggio ricorda i colpevoli silenzi dei musulmani - terrorismo, rifiuto di Israele, stragi di "infedeli" dall'Armenia al Sudan - e lancia la sua "Operazione ijtihad" per rilanciare la critica e il dibattito nell'islam, soprattutto attraverso la liberazione, anche economica, delle donne. Irshad Manji rimane musulmana: non accetta che l'islam venga affossato dalla sharia e dall'ideologia qaedista e traccia un'altra strada: «Sorelle e fratelli musulmani, cercate di riprendervi. Perché di fatto sappiamo di non poter addossare all'America la colpa dei nostri mali profondi. È in seno a noi che si è sviluppato questo cancro».
Quando abbiamo smesso di pensare? Guanda. Pagine 250. Euro 12,50
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